Il Grande sonno. Rubrica di psicologia educativa a cura del Dr. Angelo Siciliano

Psicologia del sonno Dott. Siciliano Vicenzaingreen
Mar 01 2017

Il Grande sonno. Rubrica di psicologia educativa a cura del Dr. Angelo Siciliano

 

I meccanismi e le funzioni del sonno: uno sguardo sui segnali elettrici di MorfeoMorfeo Vicenzaingreen

Angelo Siciliano – psicologo, psicoterapeuta, esperto in neuropsicologia

Mi è sembrato di sentire una voce gridare: “Non dormire più! Macbeth uccide il sonno!”… il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita”. (William Shakespeare, Macbeth, Atto II, Scena 2)

Nonostante il sonno rappresenti in termini di tempo circa un terzo della nostra intera vita, gli studi relativi a questo fenomeno hanno fatto i primi timidi progressi solo a partire dagli anni ’50-60. Questo chiaramente non vuol dire che in precedenza l’uomo se ne disinteressasse, anzi ha da sempre cercato spiegazioni a tale fenomeno così onnipresente in natura, quanto misterioso ed oscuro; inoltre, da quando la storia può essere documentata, l’uomo ha scandagliato il mondo vegetale in cerca di sostanze che aumentassero la possibilità di dormire, e per esempio gli antichi greci si servivano regolarmente del papavero da oppio e della mandragola per contrastare l’insonnia e altri disturbi del sonno. Questo ci dà una misura della consapevolezza posseduta dalle prime civiltà riguardo alla necessità di garantire e preservare il sonno come aspetto fondamentale dell’esistenza umana. Tuttavia, è occorso davvero molto tempo perché i ricercatori mettessero a punto una teoria scientificamente valida in grado di indicare gli specifici meccanismi nervosi coinvolti nelle diverse manifestazioni del sonno, nonché di spiegare quali siano le loro effettive funzioni. All’occhio di un osservatore inesperto la persona che dorme appare fondamentalmente disattivata: è pressoché immobile, la sua muscolatura sembra rilassata, il respiro e il battito cardiaco sono rallentati, e anche la temperatura corporea si abbassa. Considerare il sonno sulla base di queste semplici osservazioni, significherebbe concludere che si tratta di un processo passivo, comportando una riduzione generalizzata delle funzioni biologiche, neurologiche e psicologiche normalmente attive durante la veglia. In questa concezione il fenomeno del sonno somiglia quasi ad uno stato di coscienza “di seconda classe”, a ciò che nel nostro immaginario associamo alla morte (“I morti e gli addormentati non sono altro che figure dipinte”). Ebbene, certamente fino agli anni ‘50 gli scienziati non erano approdati a conclusioni molto differenti: ritenevano che l’addormentamento fosse un semplice processo passivo, legato al fatto che il nostro sistema nervoso centrale non riceve più la stimolazione sensoriale necessaria a tenerlo in stato di veglia. In altri termini, l’addormentamento era concepito come effetto del temporaneo esaurimento energetico di alcune zone del cervello, atte a garantire lo stato di attivazione e vigilanza. Gli esperti le aree cerebrali che presiedevano al mantenimento della veglia nella cosiddetta formazione reticolare, una struttura nervosa a cui ancora oggi si riconosce un ruolo importante.

A partire dagli anni ’60, lo straordinario progresso nell’ambito delle tecnologia medica ha determinato una vera e propria rivoluzione nel modo di concepire il sonno. Oggi possiamo contare su strumenti diagnostici sempre più sofisticati e raffinati, come l’EEG (Elettroencefalogramma), la TAC (Tomografia Assiale Computerizzata), la RMNf (Risonanza Magnetica Nucleare Funzionale), la PET (Tomografia ad Emissione di Positroni), che ci consentono di analizzare il sistema nervoso nel dettaglio e con chiarezza, ottenendo sia immagini statiche di varie porzioni del cervello, sia immagini dinamiche (“in vivo”) dell’attività cerebrale nel corso stesso del suo svolgersi. Queste metodiche sono ormai da anni impiegate nei cosiddetti “laboratori del sonno”, direttamente su soggetti dormienti. Le informazioni che possiamo ricavare dall’uso di questi strumenti ci dicono in via definitiva che il sonno è un processo attivo, caratterizzato da un susseguirsi ciclico di diversi fenomeni psicofisiologici. Inoltre, sappiamo che il sonno è un processo ritmico, nel senso che tende a presentarsi con una certa periodicità in alternanza con la veglia: questo ciclo sonno-veglia non si dispiega in modo casuale, anzi è rigidamente prestabilito su base biologica ed è regolato da uno degli “orologi endogeni” del nostro corpo. Un orologio endogeno è un meccanismo analogo al “pacemaker” (marcatempo), e scandisce le oscillazioni ritmiche delle diverse funzioni fisiologiche negli esseri viventi. Esattamente come la temperatura corporea, la secrezione ormonale, il senso di fame o sete, il bisogno di urinare e la sensibilità ai medicinali, anche il ciclo sonno-veglia segue determinati cambiamenti nel corso della giornata. Negli esseri umani, seppur non in maniera esclusiva, la ritmicità più frequente è appunto quella che si distribuisce approssimativamente nell’arco delle 24 ore, nel qual caso si parla di ritmi circadiani (dal latino circa e dies, rispettivamente “circa” e “giorno”). Questi ultimi sono relativamente autonomi dall’ambiente esterno, nel senso che mantengono più o meno la stessa periodicità anche in condizioni di completo isolamento. Per esempio, se ci trovassimo a vivere chiusi in una caverna, senza informazioni su orario, modificazione di luce, temperatura e abitudini sociali, il nostro ritmo sonno-veglia sarebbe preservato, anche se si osserverebbe un graduale scivolamento verso un ciclo di 25 ore. In condizioni normali, invece, l’orologio biologico che gestisce il ciclo del sonno si sincronizza spontaneamente sul periodo luce-buio, ed è per questo che l’essere umano viene considerato un animale diurno, cioè più attivo durante il giorno. Dove si trova concretamente il nostro orologio interno? I ricercatori lo hanno identificato in una specifica regione del cervello, chiamata nucleo soprachiasmatico proprio per la sua collocazione al di sopra del chiasma ottico, lì dove i nervi ottici destro e sinistro si incrociano. La particolare ubicazione del nucleo soprachiasmatico gli permette di ricevere informazioni sulla quantità di luce catturata dalla nostra retina e quindi di sincronizzarsi sul ciclo luce-buio. Le ricerche dimostrano che il danneggiamento di questa struttura nervosa manda “in palla” i nostri ritmi giornalieri, facendoli diventare disorganizzati e caotici.

Come mai i marcatempo sono così importanti per il nostro organismo? Qual’ è la loro funzione?

Essi sono preziosi perché mettono in connessione il nostro organismo con i cambiamenti ambientali che si verificano periodicamente (luce, temperatura, pressione, etc.), cosicché possiamo anticiparli e attivare comportamenti appropriati. In sostanza gli orologi biologici hanno un gran significato per la sopravvivenza e per una gestione efficace delle risorse disponibili. Pensiamo per esempio ad un piccolo roditore notturno: l’evoluzione della specie lo ha dotato di caratteristiche corporee maggiormente adatte alla caccia nelle ore di buio, e al riposo nelle ore diurne. Il suo “orologio” gli permette di stabilire qual è il momento adeguato per intraprendere una determinata azione, senza mettere ragionevolmente a repentaglio la sua vita.

Per quanto riguarda gli esseri umani, le indagini scientifiche mostrano che i ritmi sonno-veglia variano a seconda della fascia d’età: quello neonato prende il nome di ciclo polifasico, perché è caratterizzato da molteplici periodi di sonno durante la giornata; quello del bambino è noto come bifasico, cioè organizzato in due periodi di riposo (con sonnellino pomeridiano); quello dell’adulto è detto monofasico, con un unico periodo di sonno notturno della durata media di 7-8 ore. Come ormai tutti sappiamo questo corrisponde al fabbisogno giornaliero della maggior parte delle persone adulte. All’interno di tale quadro generale, però, ci possono essere molte varianti, per cui incontriamo persone che si sentono appagate con poco più di 4 ore per notte, altre che hanno bisogno di dormire più a lungo della norma per sentirsi riposate. E’ possibile che entrambe le categorie di individui si sentano soddisfatte dello stile di vita che conducono e che non mostrino particolari problemi; tuttavia, la ricerca ha ancora tanto da scoprire a questo proposito, specialmente sugli effetti a lungo termine della riduzione della quantità di sonno. Per adesso le scoperte consolidate riguardano il fatto che una deprivazione totale di sonno, protratta nel tempo, determina un’alterazione del metabolismo e soprattutto uno squilibrio del sistema immunitario che rende l’organismo maggiormente vulnerabile alle malattie. In particolare, lo studio di alcune persone con una sindrome genetica rara, chiamata insonnia familiare fatale, ha dimostrato che la deprivazione completa di sonno provoca la morte in un arco di tempo dai 7 ai 24 mesi. Differente è il discorso relativo alla persona anziana, che tipicamente avverte un minor bisogno di dormire, soffre d’insonnia oppure accusa un sonno meno riposante rispetto al passato. Questi fenomeni devono essere in una certa misura considerati “normali”, in quanto legati al processo fisiologico dell’invecchiamento che modifica progressivamente alcune caratteristiche del sonno, rendendolo più leggero e quindi più difficilmente mantenibile. Psicologia del sonno Dott. Siciliano Vicenzaingreen

Quali sono le caratteristiche del sonno di una persona adulta sana?

Le registrazioni dell’attività elettrica cerebrale, dei movimenti oculari e del tono muscolare di soggetti dormienti inducono a distinguere il sonno in due classi sonno a onde lente e sonno REM (con rapidi movimenti oculari); inoltre, il sonno a onde lente può essere ulteriormente suddiviso in quattro stadi, numerati dall’1 al 4 nell’ordine cronologico con cui si avvicendano. Vediamo cosa registra l’elettroencefalogramma quando il neurologo o il neuropsicologo ci posiziona gli elettrodi sullo scalpo e noi passiamo gradualmente dalla veglia al sonno. Se siamo completamente svegli e vigili, l’attività elettrica della nostra corteccia cerebrale viene registrata come un miscuglio di onde di diversa frequenza, la maggior parte delle quali relativamente alta (15-20 cicli al secondo o Hz) e con bassa ampiezza. Quando però chiudiamo gli occhi e ci rilassiamo, la frequenza delle onde cerebrali si abbassa fino ai 9-12 Hz, e rappresenta ciò che viene chiamato ritmo α (alfa). Non appena inizia il sopore, stiamo entrando nello stadio 1 del sonno ad onde lente, caratterizzato da onde di ampiezza molto minore e con frequenza irregolare; inoltre, abbiamo una riduzione del battito cardiaco e un rilassamento muscolare. È curioso sapere che in questa fase non siamo consapevoli di esserci già addormentati, per cui se diciamo “no, non mi hai svegliato” non è solo per una forma di cortesia. Questa prima fase dura qualche minuto e poi lascia il passo allo stadio 2 del sonno, caratterizzato dal fatto che i nostri neuroni cerebrali iniziano a produrre scariche periodiche a frequenza medio-alta (detti fusi del sonno per la forma che prende il tracciato) e noi siamo inconsapevoli di quello che succede nell’ambiente circostante. Gli stadi 3 e 4 mostrano prevalentemente onde lente a grande ampiezza (onde δ, delta) e costituiscono il sonno profondo, da cui non ci si risveglia facilmente. Notiamo che questi stadi sono molto più frequenti nella prima parte della notte e rappresentano il sonno più ristoratore. Lo stadio 4 si conclude che è passata circa un’ora da quando ci siamo addormentati. A questo punto, nei tracciati EEG, compare qualcosa di inatteso: troviamo onde a bassa ampiezza e alta frequenza, cioè uno schema molto simile a quello della veglia! Siamo entrati nel cosiddetto “sonno paradossale”, che deve il suo nome all’apparente contraddizione tra un’attività cerebrale tipica della veglia e il profondo rilassamento muscolare. Altre caratteristiche fondamentali di questo stadio sono l’aumento delle pulsazioni e del ritmo respiratorio, e soprattutto la comparsa dei rapidi movimenti oculari sotto le palpebre chiuse, infatti il sonno paradossale è chiamato anche sonno REM (Rapid Eyes Movement). Questa fase è molto interessante, perché è quella in cui facciamo i sogni più vividi, ovvero quelli che ci danno la sensazione di “essere lì”, a vivere con immediatezza odori, suoni ed immagini. Inizialmente si pensava che il sogno fosse associato esclusivamente alla fase REM, ma ricerche recenti dimostrano che sogniamo anche negli stadi profondi del sonno a onde lente. Ciononostante, i sogni prodotti in queste fasi sono ricordati meno facilmente, e soprattutto non prendono la forma di immagini o scene che si svolgono, quanto piuttosto quella di pensieri riflessivi. Il ciclo che parte dallo stadio 1 del sonno ad onde lente e arriva fino al REM dura circa un’ora e mezza, e si ripete 4 o 5 volte per notte.

Adesso che conosciamo meglio le componenti del sonno, ci chiediamo: quali sono le sue funzioni? L’idea del senso comune, secondo cui il sonno serve a risparmiare energia e produrne di nuova, è avallata dalla scienza, infatti durante il sonno il livello del metabolismo si abbassa e parallelamente vengono riparate o sintetizzate nuove proteine. D’altro canto, è meno nota la relazione tra sonno e apprendimento: le ultime indagini sembrano confermare l’ipotesi secondo cui il sonno aiuta a consolidare le conoscenze apprese durante la veglia. Negli esperimenti condotti, infatti, le persone che mostravano un ricordo migliore erano quelle che avevano dormito almeno quattro ore dopo aver appreso il materiale proposto. Questo si traduce agevolmente in un consiglio per quegli studenti che si abbuffano troppo velocemente di nozioni e che passano la notte in bianco il giorno prima di sostenere un esame.

I disturbi del sonno sono tanti, ma il più comune è decisamente l’insonnia, diffusa addirittura fino al 15% in alcune aree geografiche. Ci sono diversi tipi d’insonnia: l’insonnia occasionale si manifesta solitamente come difficoltà ad addormentarsi (insonnia precoce) e colpisce un po’ tutti quando subentrano tensione emotiva, turni di lavoro stressanti, cambi di fuso orario, oppure quando si dorme in un ambiente poco familiare (per es. hotel); invece, l’insonnia abituale si manifesta più spesso come difficoltà a rimanere addormentati (insonnia tardiva) e rappresenta un problema più stabile e duraturo nel tempo. Qualora l’insonnia tardiva sia dovuta ad una patologia organica (per es. le apnee notturne sono responsabili dei risvegli indesiderati), il disturbo viene affrontato con interventi operatori e farmaci. Purtroppo bisogna sottolineare che l’approccio farmacologico ai disturbi del sonno è ancora insoddisfacente allo stato odierno, e anche le popolari benzodiazepine creano problemi importanti, primo tra tutti l’assuefazione che porta inesorabilmente ad aumentare i dosaggi per avere lo stesso effetto (questa categoria di farmaci rappresenta la prima sostanza d’abuso al mondo!). Quando l’insonnia non trova una spiegazione organica e ogni diagnosi medica risulta negativa, si deve pensare che il disturbo abbia un’origine psicologica, sia essa legata ad un’irrequietezza e ansietà generale che ad una specifica psicopatologia. In questo caso viene suggerito un consulto psicologico ed eventualmente un percorso di psicoterapia che permetta di elaborare le preoccupazioni, consapevoli o meno, che assillano la mente dell’individuo.

Angelo Siciliano – psicologo, psicoterapeuta, esperto in neuropsicologia

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